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martedì 17 maggio 2016

Brexit - Europa sempre meno unita

Il 23 giugno i cittadini britannici potranno decidere se essere ancora cittadini europei. Il cosiddetto Brexit si avvicina e si concretizzano sempre più le contraddizioni per una scelta che, volente o nolente, riguarda ogni componente dell’Unione Europea.

Se il premier Cameron si schiera per i pro-Europa, dopo aver ridefinito gli accordi di permanenza nell’UE, ritrova il Partito Conservatore spaccato nella scelta con un’ala nazionalista i cui animi non sono stati placati nemmeno dalla concessione del referendum.

La mancata permanenza della Gran Bretagna può avere risvolti negativi dal punto di vista economico per se e per l’UE, dato che potrebbe “paralizzare la crescita e creare problemi nei rapporti commerciali”, a detta del CEO di Allianz GI. Persino la Bank of England si esprime a riguardo, affermando che il Brexit causerebbe “contrazione dei posti di lavoro e un ulteriore rallentamento della crescita dell'economia del regno” oltre ad “un'impennata dell'inflazione”. Insomma, pare evidente che l’uscita dall’Europa causerebbe una riduzione dei redditi dei lavoratori a causa di una maggior inflazione e, in ogni caso, l’economia ne sarebbe colpita con grossi tagli ai posti di lavoro. Un enorme danno per l’economia britannica.

I risvolti politici che potrebbe causare in Gran Bretagna sono allo stato attuale incalcolabili, ma se consideriamo il periodo storico – con crisi economica e il pericolo del terrorismo – si rischia un allargamento dei consensi per le parole d’ordine nazionaliste ed euroscettiche in tutta Europa. Ma se i risvolti in caso di vittoria degli euroscettici sono preoccupanti, una vittoria dei Pro-Europa confermerebbe gli accordi presi tra Cameron e l’Unione Europea.

Di fatto sono proprio i termini dell’accordo a preoccupare; Cameron rivendica uno statuto speciale e che mai farà parte del “superstato europeo”. L’elemento principale dell’accordo, oltre al tanto decantato recupero della sovranità,  riguarda il limite per l’accesso dei lavoratori europei – accusati di sfruttare il sistema di walfare britannico – per 7 anni fino al 2024.
Il grado di autonomia per banche, assicurazioni e istituzioni finanziarie inglesi ha rappresentato il punto più delicato dell’accordo; un’autonomia ridimensionata – grazie all’opposizione di Francia, Germania, Italia, Lussemburgo e Belgio – dall’obbligo di condizioni di parità nel mercato interno, oltre a non essere esente dal controllo delle autorità europee.

Ma l’accordo pare non essere stato digerito da tutti: L’Ukip (l’ala nazionalista con leader Nigel Farage) lo considera “patetico”, mentre anche il Partito Conservatore si spacca; non tutti seguiranno Cameron. 

Se sul fronte interno la battaglia di Cameron si prospetta dura, il fronte europeo si interroga persino sugli effetti dell’accordo stesso. Un accordo che sradica, anche se solo in parte, i cardini della nostra Europa. Seppur la Gran Bretagna continuasse a far parte dell’Unione Europea, appaiono piuttosto evidenti le divergenze di vedute. Una visione conservatrice, più attenta alle sorti nazionali piuttosto che a quelle comunitarie, con la minaccia di una scissione in piena regola, si impone in un’Europa che deve cambiare per affrontare i temi contemporanei di immigrazione e terrorismo, ma che lo fa eliminando i concetti chiave e fondativi dell’Unione Europea. A prescindere dal risultato referendario, tutti i paesi membri potranno, d’ora in poi, far valere i propri interessi nazionali a discapito dell’Europa stessa; L’Unione Europea, di tutta risposta, per difendere la tenuta del mercato interno, dovrà trattare a ribasso i valori fondamentali che la reggono.

L’Unione Europea non può cambiare sulla base della sola bilancia politica di ogni singolo stato, dando ragione ora al volere di forze conservatrici, ora apertamente di estrema destra; Non si possono mettere in discussione i principi fondamentali dell’intera comunità solo per difendere gli interessi di una singola nazione. Allo stato attuale i diritti fondamentali, come Schengen, sono come carta straccia se non sanciti in un atto normativo fondamentale. L’evoluzione europea, la vera evoluzione comunitaria, risiede nel coraggio di ogni singolo Stato nazionale nell’avvicinare le istituzioni europee ai cittadini, potenziare la democraticità dell’Europa e nel puntare ad una integrazione più profonda tra i paesi. La Gran Bretagna, nel suo storico ruolo di egemone periferico dell’Europa, intende fare l’opposto.

- Daniele Amatulli

lunedì 8 febbraio 2016

Circolare nella nostra Europa - Il trattato di Schengen

In questi giorni ci si domanda quale possa essere la fine del trattato di Schengen. Questo ha l’obiettivo di dare libertà di circolazione delle persone nell’area Schengen con l’eliminazione dei controlli delle frontiere interne, con conseguente miglioramento della difesa delle frontiere esterne. Il tutto é collegato ad una unione delle forze di polizia per la difesa delle frontiere esterne dell’area Schengen e per la lotta alla criminalità organizzata.
I governo nazionali e l'Europa stessa si piegano davanti alla paura e alla prima difficoltà nei confronti del terrorismo e del controllo dei flussi migratori. Pur considerando questo un processo agli intenti, abrogare il trattato di Schengen rappresenta di fatto un enorme passo indietro per l’Europa e, volente o nolente, per i governi nazionali che la compongono e rappresentano. La libertà di circolazione delle persone rappresenta una delle cosiddette ”quattro liberta” contenuti nei principi fondanti della stessa Unione Europea.
Questo pare il primo problema: pur considerandolo un principio fondante, non è che contenuto in un trattato, dando quindi ad ogni paese membro la possibilità di abrogarlo temporaneamente a proprio piacimento. Mai come in questo momento risulta necessario una Costituzione europea. Dopo che il primo tentativo (che risale al 2004) della Convenzione Europea per la stesura di una Costituzione fallì, anche se frutto di un lavoro che voleva guardare alla futura Europa dopo i fatti dell’11 settembre 2001 (sicurezza e controllo più coerente delle frontiere erano punti fondamentali), in questo momento di pericolo internazionale è necessario giungere alla stesura di una Carta che coinvolga tutti i paesi membri per un lavoro che sia unitario.
La risposta dei governi nazionali di sospensione il trattato di Schengen, se fortifica le proprie frontiere interne, indebolisce però l’intera Europa e gli altri Stati membri. In un certo senso, è come se l’Unione Europea si facesse un po' più piccola, come se i confini si ritraessero e a questo punto non si nota una vera e propria differenza tra un’Unione Europea e una Comunità Europea.
La lotta al terrorismo e il controllo dei flussi migratori devono essere problemi da affrontare unitariamente. Inutile soffermarci ancora una volta sulla questione migratoria, visto che una collaborazione sulle quote di migranti da gestire per ogni singolo Stato che compone l’Unione Europea potrebbe essere la soluzione. Ma la protezione delle frontiere esterne è un problema imprescindibile che può essere guardato e affrontato diversamente a seconda delle proprie vedute.
Si presuppone che il problema possa essere affrontato diversamente, nel pieno rispetto del trattato di Schengen e dei principi fondanti dell’Unione Europea, puntando a difendere i confini dell’Unione Europea, con le forze di Polizia che collaborano tutte con gli unici obiettivi di difendere i confini dell’area Schengen e la protezione interna degli stati membri senza guardare ai confini dei singoli Stati.
Non è una visione inverosimile o impraticabile. È una visione europeista che coglie le potenzialità di questa Unione Europea che deve mostrare tutta la sua forza, fondata sulle libertà e sull’unione.
-D.Amatulli



lunedì 11 gennaio 2016

Questa Europa da due pesi e due misure

“Non raccontateci che state donando il sangue all’UE”. Le parole di Matteo Renzi nei confronti della Cancelliera Angela Merkel sono precise, trasparenti e quanto mai vicine a quello che è il pensiero di un gran numero di italiani ed europei.
L’idea che muove la Germania è di per sé sbagliata: pensare che il bene della Germania sia anche il bene dell’Europa demolisce il fondamento di unità che ha portato alla nascita della stessa Unione Europea. L’Unione Europea è composta da Stati con problemi – che siano essi politici, economici o sociali – che li caratterizzano. Immaginare un’Europa come un unico blocco di paesi con gli stessi sintomi a cui viene proposta la stessa diagnosi, non può che portare ad un’Europa divisa nelle condizioni economiche e quindi ad un’Europa con due pesi e due misure.
“Senza entrare nel merito delle motivazioni politiche del rinnovo, sulle sanzioni alla Russia ci limitiamo a constatare i risvolti economici che dimostrano come si tratti di un colpo a salve per l’Europa e gli USA, con la beffa che il Paese a essere maggiormente penalizzato è proprio l’Italia”. Queste sono le parole del presidente dell’Unione interparlamentare Italia-Russia, Alessandro Pagano. Questo è solo un esempio di una Europa da due pesi e due misure.
Durante il 2015, le esportazioni del Made in Italy crescono soprattutto verso i paesi del sud-est asiatico, in cui i prodotti italiani non vengono colpiti dal rallentamento dei mercati emergenti.
Se la produzione tessile, dell’abbigliamento, della pelletteria, ma anche della metallurgia e della meccanica strumentale rappresentano una grossa fetta dell’esportazione italiana, Il settore trainante è quello agroalimentare che registra una crescita del 40%.
A questi ottimi risultati bisogno aggiungere un dato fortemente negativo per effetto dall’embargo alla Russia: l’esportazione in Russia è calata del 25,9%. Per altro l’embargo colpisce principalmente prodotti alimentari e tessili. Insomma, i settori trainanti dell’esportazione italiana.
A questo bisogna aggiungere che, come nei mercati asiatici, in Russia il Made in Italy è molto richiesto a tal punto da abbattere l’Italian Sounding (le imitazioni, per intenderci). Con questo embargo le industrie locali in Russia recuperano quote di mercato rischiando di rosicare totalmente i profitti dell’esportazione italiana.
A questo punto ci si chiede se l’embargo sia funzionale più a punire la Russia o i paesi dell’Europa stessa. Ci si dovrebbe chiedere, più di ogni altra cosa, se la decisione dell’embargo alla Russia sia stata presa prendendo in considerazione gli effetti negativi sui mercati di tutti gli Stati membri. È da queste scelte che si evince che manca unione di intenti nelle scelte di questa Europa.

-D.Amatulli